Le opere d'arte

 

 

SOSTA DURANTE LA FUGA DALL’ EGITTO 

L‘ opera è firmata da Ermaolo Paoletti che l’ eseguì nella prima metà dell’ 800.
La Vergine Maria tiene amorevolmente sulle ginocchia il Bambino che accarezza con le manine paffute il mento della Madre. Leggermente discosto, quasi per timore di interrompere questo momento, ma nello stesso tempo con un’ espressione che esprime tenerezza e compiacimento, sta S. Giuseppe appoggiato al suo bastone di viandante. La scena esprime un profondo senso di quiete, di dolcezza, di armonia.
Da notare l'armoniosa e parallela disposizione delle direttrici: ad esempio si notino il ginocchio destro di S. Giuseppe e quello sinistro del Bambino, oppure la parte superiore della gamba sinistra della Vergine e l’ avambraccio destro del Bambino, l’ avambraccio sinistro della Madonna  e la parte superiore della gamba destra della stessa.
Alla pesantezza del panneggio delle vesti di S. Giuseppe corrisponde la leggerezza di quelle della Beata Vergine; notevole soprattutto la quasi immaterialità del velo sobriamente ricamato.
Sull’orizzonte, l’ inconfondibile sagoma della Sfinge egiziana. Per disegnarla il Paoletti sicuramente avrà utilizzato i disegni di studiosi viaggiatori di quel periodo, come ad esempio il padovano G.B. Belzoni.


CRISTO IN CROCE E SANTI  

Questa pala è stata dipinta da Francesco Pisani Pitor nel 1761.
La figura di Gesù crocefisso domina la scena. Un Cristo ormai morto, come si può notare dal colore cereo che lo caratterizza, mentre stilla ancora del sangue dalle ferite. Il filo di luce rossastra che si intravvede in lontananza accresce la spettralità del cielo sovrastante la croce; il vento impetuoso che fa volteggiare il perizoma ed il cartiglio sopra la croce completa la straordinaria tensione del Consummatum est.
Ai piedi della croce stanno in contemplazione quattro santi che da sinistra a destra sono: S. Francesco, S. Antonio da Padova, Beato Enrico da Bolzano e S. Antonio Abate.
Di solito Sant'Antonio veniva rappresentato con accanto un maialino. In questa pala invece il santo viene rappresentato con il fuoco su una mano ed il pittore volle sicuramente richiamare il famoso fogo de S. Antonio, un herpes che provoca arrossamenti sul corpo e contro il quale veniva invocato il santo abate. Interessantissima e molto rara è la figura di Beato Enrico da Bolzano, rappresentato nelle vesti di un pellegrino con il bastone ed il cappello sotto il braccio.

LA GLORIA DEGLI ANGELI  

L’ artista ha voluto dilatare verso l’ alto lo spazio del presbiterio, affrescando sulla cupoletta sovrastante una finta apertura circolare che immette in un cielo luminosissimo.
Leggermente spostato verso il centro per dare ancor più il senso della profondità, vi è un globo abbagliante con impresso il monogramma di Cristo ed i segni della passione (la croce ed i tre chiodi). Gli angioletti con un festoso turbinio danno alla rappresentazione una religiosa solarità.
In ciascuna delle quattro vele sottostanti la cupola c’è un angioletto recante i simboli dell’ Antico e del Nuovo testamento: le tavole della legge, la spada, il frumento, l’ uva.


IL SACRIFICIO DI MALCHISEDECH  

L’ affresco raffigurava il momento solenne dell’ incontro del biblico re e sacerdote Cananeo di Salem, Melchisedech appunto, con il patriarca Abramo che torna vittorioso della guerra contro i nemici di Lot. Da Abramo riceveva la decima parte del bottino recuperato ed offrì al signore pane e vino.
E’ notevole la ieraticità che il Canal ha diffuso nel volto e nel portamento del vecchio sacerdote; lo stesso può dirsi per la gioiosa riconoscenza al Signore impressa nell’ espressione di Abramo. Pregevole è la cura con cui l’ artista ha riprodotto gli oggetti preziosi del bottino, tra cui uno splendido calendario a sette bracci, simbolo dell’ ebraismo.


SAN MARCO  

S. Marco è colto in atteggiamento dinamico, dato dalla precaria posizione con cui è seduto e dalla mano destra “armata” di calamo vistosamente alzato.
Sembra che l’ evangelista abbia appena terminato di scrivere un capitolo della sua narrazione e che con aria soddisfatta, espressa anche dal sorriso che si può intravedere, sollevi la penna. In basso a sinistra, in secondo piano, un simpatico leone, simbolo di S. Marco.
E’ interessante che il Canal, pur essendo veneziano, abbia rappresentato il leone senza ali. E’ forse il segno che la Serenissima ormai era definitivamente scomparsa?
Una sottolineatura importante, in questo affresco, va fatta per la luce.


LA SPERANZA  

Questa virtù è simboleggiata da una donna che, seduta precariamente, è in balia del vento: interessante è il lembo del mantello svolazzante sulla destra. Tuttavia l’ espressione è serena perché essa si appoggia ad un’ ancora e nella vita marinaresca “gettare l’ ancora” significa essere arrivati ad un porto sicuro o, comunque, non avere più la nave in alto mare in balia della tempesta. L’ancora di salvezza per il cristiano è l’affidarsi a Dio-provvidenza e nell’ affresco questo concetto è reso dall’ indice che la donna punta con sicurezza verso l’ alto.